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Nuotare per la libertà






                                                                                                            di A. Camali e A. Agostini
 

«Questo Giro d’Italia nasce per ricordare a tutto il nostro paese che la disabilità è nella società, non nelle persone. Non esistono i diversamente abili, siamo tutte persone. È disabile invece un quartiere, una casa, un appartamento. Il mondo è abitato da persone con peculiarità e caratteristiche differenti e questa diversità è una risorsa».

Questa è la dichiarazione motivazionale con cui Salvatore Cimmino* ha voluto presentare il suo Giro d’Italia a nuoto 2021.
















 

 

 

 


 

Sabato 2 ottobre, in occasione della penultima tappa, quella dal Lido di Venezia a Cavallino Treporti, lunga 20 km circa, Adone Agostini ed io abbiamo avuto l’onore e l’orgoglio d’incontrarlo e conoscerlo dal vivo.

Salvatore Cimmino è una persona semplicemente unica.








 

Possiede una smisurata  forza di volontà proiettata verso l’altruismo, dote a dir poco rara.

La giornata si presentava ventosa, se vogliamo anche un po’ fredda, con una forte corrente di marea in entrata dal porto di San Nicolò.

La partenza della tappa dal Lido di Venezia era posta nel tratto di laguna nelle vicinanze della zona del Tempio Votivo. A fare dare scorta alla sua Impresa alcune imbarcazioni storiche della Lega Navale Italiana al comando del Presidente Cap. Massimo Comelato, un’imbarcazione della Capitaneria di Porto di Venezia e un magnifico “due alberi” con al timone il campione Olimpionico di canoa Daniele Scarpa.

Diciannove tappe, l’ultima si è svolta sabato 9 ottobre da Duino a Trieste per un totale di oltre 400 chilometri nuotati per i diritti delle persone con disabilità, per un mondo senza barriere e senza frontiere.

Salvatore nuota soprattutto per accorciare quelle che lui chiama «le enormi distanze fra la disabilità e la società civile».

In questi sei mesi ha toccato tutte le coste delle regioni italiane, ha nuotato anche nel lago d’Iseo. La prima tappa si è svolta nel mare ligure da Ventimiglia a Sanremo, la più lunga è stata la Palermo-Ustica, di 67 km, l’ultima, come detto, quella del 9 ottobre da Duino a Trieste.

Salvatore, intervistato prima della partenza, ci ha dichiarato: ”Realizzare il sogno di liberare dalla prigionia delle disabilità è qualcosa d’imponente che non ha prezzo. L’obiettivo è spostare l’attenzione su 5 milioni di persone cui si aggiungono tutte le loro famiglie: sono bloccate dalla mancata applicazione di leggi che esistono. A queste persone è preclusa la partecipazione alla vita attiva del paese”.

Nel suo blog al termine del suo straordinario Giro d’Italia a nuoto, Cimmino ha scritto:

 “Ciascuno di noi può coltivare il proprio giardino interiore seminando amore, gratitudine, generosità, coraggio, perseveranza, fede e speranza. Sono del parere che ogni obiettivo nasca sempre da una grande forza di volontà e determinazione e si realizzi grazie alla perseveranza.La forza di volontà è la nostra forza interiore che ci consente di superare i nostri limiti, di prolungare i nostri sforzi, di vincere la paura, di non farci demoralizzare dai silenzi e dalle critiche, dagli imprevisti, dalle difficoltà, di assumere decisioni e intraprendere azioni, anche faticose, volte al raggiungimento del nostro obiettivo.E’ proprio la forza di volontà che implica motivazione, determinazione e perseveranza a consentirci gli obiettivi che ci prefiggiamo, che ci fa combattere l’ignavia e il rinvio di decisioni a data incerta e che trasforma le cattive abitudini in abitudini salutari.

La forza di volontà deve essere la nostra alleata ma purtroppo non si riesce sempre a disporre di questo importante tesoro che spesso bisogna allenare per poter mantenere le nostre promesse, sforzandosi di fare cose che normalmente non siamo abituati a fare, stabilendo le priorità e impegnandoci a portarle a compimento qualunque cosa accada.

La forza di volontà è come un muscolo, va allenata ed esercitata: le difficoltà, come le barriere, sono una costante nella vita, devono essere affrontate e sconfitte e non devono scoraggiarci e impedirci di realizzare il nostro sogno di libertà.”

 

*Salvatore Cimmino è nato a Torre Annunziata, nel 1964. Vive e lavora a Roma presso la Selex ES, una società del Gruppo Finmeccanica. A soli 15 anni Salvatore fu colpito da un terribile osteosarcoma, per salvarsi la vita è costretto all’amputazione della gamba a metà del femore.All’età di 41 anni, dopo innumerevoli problemi fisiologici, sotto consiglio medico Salvatore comincia a nuotare, non era mai stato in acqua prima di allora!Dopo otto mesi, il 15 luglio del 2006 compie la sua prima traversata senza l’ausilio di protesi performanti, Capri/Sorrento di 22 km. Subito dopo inizia il suo “sciopero nuotando” per attirare attenzione sui problemi del mondo della disabilità.

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ARIGATO  TOKYO     di Maurizio Monego

Cosa ci hanno lasciato le Olimpiadi di Tokyo. Al di là del medagliere, dei record, delle statistiche e delle enfasi mediatiche, quali fotografie rimangono impresse e quali pensieri ci lasciano?

Della singolarità dei Giochi giapponesi si sono lette pagine e pagine di giornali, servizi televisivi e un profluvio di post sui social, per dare conto delle proteste per dissuadere dal celebrarli o – per lo più - per caricarli di valori da affermare.

Sul piano economico sono stati un “bagno di sangue”. I ventotto miliardi di costi che il popolo giapponese si è accollato ne sono il più eclatante risultato. Aver voluto, in ogni caso, realizzare l’evento, con le limitazioni imposte dal periodo pandemico, fuori da ogni logica di mercato se si pensa ai mancati ritorni in termini turistici, di vendita di biglietti e merchandising e alla perdita di introiti da sponsorizzazioni, ha risposto a esigenze e motivazioni fra loro contrastanti. È giusto giudicare solo sul piano della convenienza economico-finanziaria? E a quali riflessioni porterà per il futuro dei Giochi Olimpici, che solo fra sei mesi vedranno l’edizione invernale di Pechino?

I Giochi della Speranza

I Giochi di Tokyo 2020, la cui prima atipicità è di essersi svolti un anno di ritardo, sono stati definiti da Thomas Bach i “Giochi della Speranza”. Speranza di uscire finalmente da una crisi sanitaria mondiale, di riconquistare una “normalità” di rapporti e di libertà che il virus ancora ci nega – e non sappiamo per quanto ancora -; speranza per creare solidarietà tra i popoli, che la presenza dei 205 Comitati Olimpici ha invocato; speranza che l’universalità dello sport spinga all’affermazione dei diritti, al superamento di ingiustizie e all’accettazione delle diversità. La globalizzazione dello sport e della vita è oggi più evidente. Il Presidente Malagò ha sottolineato come nella rappresentativa italiana ai Giochi fossero presenti atleti nati in tutti e cinque i continenti, mostrando un’Italia “multi etnica e super integrata”. Se la politica insiste nel non voler prendere atto di questa realtà, lo ius soli nello sport è più avanti e reclama lo snellimento dell'iter burocratico per la piena integrazione, facendo uscire tanti cittadini e potenziali atleti dal“girone dantesco”in cui oggi devono destreggiarsi. Le esternazioni di atleti sulle proprie scelte di vita di coppia, come quelle del tuffatore Tom Daley, della nostra arciera Lucilla Boari e di suo padre, hanno rivendicato il diritto della persona e il rispetto che ogni scelta in questo campo merita.

Tokyo 2020 ha salvato l’Olimpismo

Non è eccessiva questa affermazione che lo stesso Malagò ha fatto. L’Olimpiade è il periodo durante il quale la migliore gioventù del mondo si impegna, soffre, lotta per uno stesso obiettivo. I Giochi Olimpici sono il sogno di ogni atleta e quel sogno, per realizzarsi, richiede sacrificio, disciplina, temperanza, determinazione, lavoro costante dell’atleta e dell’equipe che lo segue, ricerca, perseveranza. Tutti valori che l’Olimpismo propone e che il Panathlon promuove, formativi della persona e fonte di comprensione e collaborazione fra i popoli. È per questo che questi Giochi si dovevano fare. Le dichiarazioni degli atleti, le immagini che tante gare ci hanno trasmesso, le emozioni che ci hanno fatto vivere, le tante storie che stanno dietro a prestazioni da medaglia e a semplici partecipazioni, fanno bene all’anima – anche degli spettatori – e rendono il senso vero dello sport.

Un’informazione educativa

Mai come in questa occasione la RAI ha saputo fornire, oltre ad una completa informazione sulla complessa articolazione delle discipline in campo, una trasmissione capace di trattare valori e non solo la cronaca. Lo ha fatto con “Il Circolo degli Anelli”, condotto da Alessandra De Stefano. Sono emersi i contenuti dell’Olimpismo presentati con leggerezza, a cominciare dal ruolo delle famiglie dei medagliati, coinvolgendo personalità competenti come Jury Chechi, Sara Simeoni, Domenico Fioravanti e gli altri ospiti che si sono succeduti al tavolo o in collegamento. Hanno commentato eventi e situazioni, prestandosi con simpatia al gioco delle provocazioni della conduttrice e degli autori, facendo comprendere al pubblico – che li ha premiati con ascolti record – che lo sport, da quello olimpico a quello di base, sono divertimento, impegno, gioia della fatica e che dietro ci sono spesso educatori come Lucio Zurlo il maestro di boxe di Irma Testa, cresciuta tra le strade di Torre Annunziata e prima donna a conquistare una medaglia nella Boxe. Il docufilm Butterfly di cui è protagonista racconta di cosa lo sport possa rappresentare in realtà problematiche come certe periferie e della fondamentale importanza di maestri di vita, prima che di sport, come Zurlo.

Se ci fosse bisogno di far comprendere l’importanza dello sport e della sua massima espressione rappresentata dai Giochi Olimpici, basterebbe citare la notizia delle “Olimpiadi delle Tende”, che, si sono svolte a Idlib, in un campo profughi siriano su iniziativa di un volontario di una ong umanitaria siriana,Ibrahim Sarmini. Centoventi ragazzi sono confluiti da 12 diversi campi profughi – che ospitano quasi tre milioni di persone, due terzi delle quali sfollate da altre parti della Siria –e hanno gareggiato, ognuno con i propri colori, chi lanciando un giavellotto, chi saltando ostacoli o cimentandosi in una improvvisata ginnastica, in incontri di arti marziali, pallavolo, badminton, calcio, nella corsa semplice o con i cavalli (di legno, appesi sul petto) per vincere l’oro, l’argento o il bronzo.

La bellezza dello sport

La bellezza dello sport l’abbiamo vista nei gesti atletici delle diverse discipline, nelle lacrime di commozione sul podio, nelle feste che a Casa Italia gli atleti e i tecnici improvvisavano per i loro campioni, l’abbiamo sentita nelle nostre personali reazioni emotive. Le immagini della gara dei 100 m piani e della staffetta 4x100 resteranno scolpite nella memoria di ogni italiano/a, così come l’esultanza irrefrenabile di Gimbo Tamberi e l’abbraccio straordinario sulla pista con il nuovo eroe Marcel Jacobs appena tagliato il traguardo.

Non è mancato l’accenno all’estetica dello sport e dei suoi interpreti. Il miglior esempio lo ha dato Roberto Bolle. Il suo corpo scolpito nell’assiduo allenamento e i valori che lo hanno sorretto sono stati argomento assolutamente esemplare. La sfida lanciata dal danzatore a Chechi di una spaccata in piedi ha mostrato il ginnasta in perfetta forma nel reggere il confronto. L’euforia per i risultati straordinari dei nostri atleti ha fatto crescere l’ottimismo, la voglia di ripartenza e di consolidare i successi  a vantaggio dello sport di base e scolastico.

A sottolineare come l’Olimpiade di Tokyo sia da considerare “della rinascita”, Alessandra De Stefano ha invitato Eike Schmidt, Direttore della Galleria degli Uffizi, che ha illustrato come l’arte scultorea rinascimentale abbia rivalutato il corpo e come anche nell’opera pittorica del “Tondo Doni” di Michelangelo, ad esempio, la Sacra Famiglia abbia sullo sfondo figure di atleti nudi, preludio delle raffigurazioni possenti della Sistina, che ben si conciliano oggi con lo sport.

Viva l’Olimpiade, dunque e a Tokyo dobbiamo un grande GRAZIE.

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