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LA REALE SOCIETA’ CANOTTIERI QUERINI E I VIAGGI FAMOSI

 

La Reale Società Canottieri Querini viene fondata a Venezia nel 1901. Il nome prende ispirazione dalla vicenda umana del tenente di Vascello veneziano Francesco Querini, giovane ufficiale della Regia Marina, disperso nel Mar Glaciale Artico durante il tentativo del Duca degli Abruzzi di conquistare il Polo Nord nel 1900.

La storia della società è particolarmente ricca di trofei e atleti che hanno rappresentato anche l'Italia in diverse Olimpiadi e competizioni internazionali.

Nella serata del 18 novembre 2021, dedicata a questa gloriosa Società sportiva, abbiamo avuto modo di conoscere più a fondo vita, imprese e attività.

Nella rievocazione della storia e dei fasti della Reale Società Canottieri Querini, due nomi sono balzati prepotentemente alla nostra attenzione e curiosità: quello di Pietro Querini e, appunto, il suo discendente Francesco Querini, vissuto 500 anni dopo di lui. Ne parliamo di seguito.

Il viaggio di Pietro Querini del 1431-1432

Era il 25 aprile del 1431 quando Pietro Querini salpò da Candia verso le Fiandre a bordo della “caracca” Gemma  Querina con un carico ingente di mercanzie di valore di parecchie tonnellate. L'equipaggio era formato da sessantotto uomini, tra cui i luogotenenti Nicolò de Michele, patrizio veneto, e Cristofalo Fioravante, comito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lungo le coste della Spagna, la nave fu sorpresa da burrasche impetuose e riportò ingenti danni, andando alla deriva per diverse settimane.

A dicembre, Pietro decise di abbandonare il relitto, l’equipaggio si mise in salvo su due imbarcazioni di fortuna. Di quella più piccola, ben presto non si ebbe più alcuna notizia, l’altra per quasi un mese andò alla deriva registrando morti continue, finché, il 14 gennaio 1432, giunse nell'isola deserta di Sandøy, vicino a Røst, nell'arcipelago norvegese delle Lofoten, con soli 16 marinai superstiti.

Pietro Querini e i suoi compagni furono tratti in salvo dai pescatori dell'isola di Røst, che andarono in loro aiuto e li ospitarono nelle loro case. La popolazione dell'isola di Røst, all’epoca di circa 120 abitanti, era dedita alla pesca e all'essiccazione del merluzzo.

I veneziani rimasero circa quattro mesi nell'isola. Di grande interesse, per loro, sarà il pesce, la principale fonte di sostentamento dei nativi, che era fatto seccare senza sale al vento, per poi essere barattato in tutto il regno di Danimarca per stoffe, alimenti e cuoio.

«Per tre mesi all’anno, cioè dal giugno al settembre, non vi tramonta il sole, e nei mesi opposti è quasi sempre notte. Dal 20 novembre al 20 febbraio la notte è continua, durando ventuna ora, sebbene resti sempre visibile la luna; dal 20 maggio al 20 agosto invece si vede sempre il sole o almeno il suo bagliore…gli isolani, un centinaio di pescatori, si dimostrano molto benevoli et servitiali, desiderosi di compiacere più per amore che per sperar alcun servitio o dono all’incontro…vivevano in una dozzina di case rotonde, con aperture circolari in alto, che coprono con pelli di pesce; loro unica risorsa è il pesce che portano a vendere a Bergen. (...) Prendono fra l'anno innumerabili quantità di pesci, e solamente di due specie: l'una, ch'è in maggior anzi incomparabil quantità, sono chiamati stocfisi; l'altra sono passare, ma di mirabile grandezza, dico di peso di libre dugento a grosso l'una. I stocfisi seccano al vento e al sole senza sale, e perché sono pesci di poca umidità grassa, diventano duri come legno. Quando si vogliono mangiare li battono col roverso della mannara, che gli fa diventar sfilati come nervi, poi compongono butiro e specie per darli sapore: ed è grande e inestimabil mercanzia per quel mare d'Alemagna. Le passare, per esser grandissime, partite in pezzi le salano, e così sono buone (...).»

(Pietro Querini)

Per i marinai l'ospitalità della comunità fu come un vero e proprio paradiso, anche perché quei pescatori li accolsero come membri della famiglia, li rifocillarono e li ospitarono nelle loro case, mostrando grande fiducia verso di loro:

«Questi di detti scogli sono uomini purissimi e di bello aspetto, e così le donne sue, e tanta è la loro semplicità che non curano di chiuder alcuna sua roba, né ancor delle donne loro hanno riguardo: e questo chiaramente comprendemmo perché nelle camere medeme dove dormivano mariti e moglie e le loro figliuole alloggiavamo ancora noi, e nel conspetto nostro nudissime si spogliavano quando volevano andar in letto; e avendo per costume di stufarsi il giovedì, si spogliavano a casa e nudissime per il trar d'un balestro andavano a trovar la stufa, mescolandosi con gl'uomini (...).»

(Pietro Querini)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 15 maggio 1432 Pietro  Querini fu aiutato dai pescatori a ripartire verso Venezia; portando con sé un certo numero di stoccafissi. Quando giunse nella città lagunare, il 12 ottobre 1432, non è certo che avesse con sé parte degli stoccafissi, anzi alcune fonti storiche ritengono che abbia dovuto usarli per pagare il viaggio di ritorno. Ciò che è certo è che ne descrisse talmente bene le qualità che lo stoccafisso ebbe subito un grande successo grazie alla sua bontà gastronomica e alle sue caratteristiche di cibo a lunga conservazione molto utile sia nei viaggi di mare sia di terra.

 

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Nonostante siano passati molti anni dal naufragio di Pietro Querini, questa storia continua a rimanere viva nella cultura e nei cuori degli abitanti di Røst, tanto da farla diventare la loro storia, della quale sono orgogliosi. Nel 1932, in occasione dei 500 anni dal naufragio, sull’isola di Sandøya fu eretta una stele a lui dedicata in cui c’è scritto: ” In questo luogo è sbarcato Pietro Querini con i sopravvissuti dell'equipaggio della sua nave il 6 gennaio 1432.  In loro onore gli abitanti di Rost hanno eretto questa stele”.

Uno dei progetti più importanti sull’isola è la Querini Opera(QueriniOperaen) che, come dice il nome stesso, propone un’opera sulla storia di Pietro Querini. Lo spettacolo coinvolge tutti gli abitanti dell’isola, che sono il vero cuore pulsante dello spettacolo, come attori o come supporto all’organizzazione.  Il Financial Times ha dichiarato: “Questa è l’opera più commovente del panorama teatrale che riguardi il merluzzo essiccato”.

 

 

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A Røst gli eventi non finiscono qui: da circa un decennio, a fine luglio e inizio agosto, si celebra il Querini Festival (QueriniFest).  I temi principali del festival sono: riadattamento di questa incredibile storia, la valorizzazione di un patrimonio naturale unico e la celebrazione di un prodotto gastronomico apprezzato in tutta Europa e specialmente in Italia: lo stoccafisso.

La tragica avventura di Francesco Querini

Il giovane ufficiale veneziano Francesco Querini scomparve tra i ghiacci del Polo Nord in un giorno imprecisato del 1900 mentre ne tentava la conquista quale componente di una spedizione promossa da Luigi Amedeo di Savoia, il Duca degli Abruzzi.

Aveva solo 33 anni e vantava già una carriera militare di tutto rispetto. Quando il 7 marzo 1899 ricevette il telegramma in cui gli si comunicava che era stato prescelto dal Duca degli Abruzzi per la spedizione al Polo Nord, non ebbe indugi, passò per Venezia a salutare la famiglia e partì.

La spedizione, composta da venti persone, salpò il 12 giugno 1899 da Kristiania (così si chiamava Oslo allora), a bordo del brigantino “Stella Polare”. La nave rimase bloccata tra i ghiacci e il campo base fu allestito nella Baia di Teplitz, in attesa del termine della lunga notte artica.

Dopo un tentativo fallito, l’11 marzo  1900 la spedizione ebbe inizio. Il piano per realizzare l’impresa prevedeva la formazione di tre gruppi di tre uomini ciascuno con tempi di rientro diversificati, giacché si comprende subito che le scorte di viveri non sarebbero bastate per tutti.

Il gruppo guidato da Francesco Querini doveva rientrare per primo, ma ben presto si persero le tracce e non si seppe più nulla.  Gli altri due gruppi, dopo disagi e sofferenze, fecero ritorno al campo base e, una volta liberata la nave “ Stella Polare”, giunsero il 6 settembre nel porto norvegese di Tromsö, decretando ufficialmente la fine della spedizione che comunque in Italia ebbe grande eco e risalto.

Umberto Cagni, capitano in seconda della spedizione, nella sua relazione così scrive di Francesco Querini: “Prima che si smontino le tende Querini viene sotto la mia a salutarmi in modo speciale: mi augura di riuscire e ci abbracciamo commossi. Lo prego di aspettare e partire che la mia carovana si sia allontanata per evitare che qualche cane all’ultimo momento sfuggendo non segua la slitta.[…]Oltrepassata la parte più difficile mi fermo per guardare a mezzogiorno, e scorgo la piccola carovana di Querini in marcia. Ne siamo già lontani ma li vediamo ancora distintamente e ci salutiamo con un ultimo sventolare di berretti. Poveri compagni! Certo in quel momento gli animi nostri non seppero tutti difendersi da un pensiero d’invidia per loro che credevamo avviati al benessere, alla vita, alla Patria...”.

Nel novembre del 1900, la Società geografica italiana decise di assegnare la medaglia d’argento della società alla memoria di Francesco Querini, con questa motivazione “all’Eroe caduto in una delle più ardue battaglie della scienza”. Il Polo Nord dovrà attendere, però, un altro decennio prima di vedere una nuova presenza umana.

Del tenente di vascello veneziano Francesco Querini non si ebbe mai più notizia: di lui rimangono una lapide sulla facciata della sua casa natale a Santo Stefano, un monumento ai Giardini, un'isola nell'artico che porta il suo nome – l'isola di Querini, nell'arcipelago Francesco Giuseppe – e una compagnia veneziana di Canottieri e Voga alla Veneta: la Reale Società Canottieri Querini.

Il monumento dedicato a Francesco Querini è stato eretto nel 1905. Oggi il basamento della scultura non riporta scritte visibili. C’è solo un uomo, infagottato in abiti polari, circondato da cani husky e seduto su di una cassetta che pare di legno.

La storia delle esplorazioni, in ogni tempo e in ogni luogo, si perde nell’immensità infinita della conoscenza e della scoperta. Ogni storia può avere un esito favorevole o terminare nel dramma, ma, in definitiva, è soprattutto la storia di chi, partito per vincere poi non fa più ritorno. E ciò che sembra un fallimento, un dramma che spesso si accompagna alla perdita di una vita da  marinaio o da avventuriero di terra, grazie all’indomito coraggio, si trasforma nel corso dei secoli in una conquista dell’intera umanità a fronte della piena conoscenza dei confini del mondo.

  

 

 

 

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cartolina Postale del 1905 stampata in occasione dell’inaugurazione del monumento e “a beneficio dell’asilo dei figli derelitti dei pescatori”. Interessante il logo della “Società di Sports nautici Francesco Querini Venezia”

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Nuotare per la libertà






                                                                                                            di A. Camali e A. Agostini
 

«Questo Giro d’Italia nasce per ricordare a tutto il nostro paese che la disabilità è nella società, non nelle persone. Non esistono i diversamente abili, siamo tutte persone. È disabile invece un quartiere, una casa, un appartamento. Il mondo è abitato da persone con peculiarità e caratteristiche differenti e questa diversità è una risorsa».

Questa è la dichiarazione motivazionale con cui Salvatore Cimmino* ha voluto presentare il suo Giro d’Italia a nuoto 2021.
















 

 

 

 

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Sabato 2 ottobre, in occasione della penultima tappa, quella dal Lido di Venezia a Cavallino Treporti, lunga 20 km circa, Adone Agostini ed io abbiamo avuto l’onore e l’orgoglio d’incontrarlo e conoscerlo dal vivo.

Salvatore Cimmino è una persona semplicemente unica.








 

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Possiede una smisurata  forza di volontà proiettata verso l’altruismo, dote a dir poco rara.

La giornata si presentava ventosa, se vogliamo anche un po’ fredda, con una forte corrente di marea in entrata dal porto di San Nicolò.

La partenza della tappa dal Lido di Venezia era posta nel tratto di laguna nelle vicinanze della zona del Tempio Votivo. A fare dare scorta alla sua Impresa alcune imbarcazioni storiche della Lega Navale Italiana al comando del Presidente Cap. Massimo Comelato, un’imbarcazione della Capitaneria di Porto di Venezia e un magnifico “due alberi” con al timone il campione Olimpionico di canoa Daniele Scarpa.

Diciannove tappe, l’ultima si è svolta sabato 9 ottobre da Duino a Trieste per un totale di oltre 400 chilometri nuotati per i diritti delle persone con disabilità, per un mondo senza barriere e senza frontiere.

Salvatore nuota soprattutto per accorciare quelle che lui chiama «le enormi distanze fra la disabilità e la società civile».

In questi sei mesi ha toccato tutte le coste delle regioni italiane, ha nuotato anche nel lago d’Iseo. La prima tappa si è svolta nel mare ligure da Ventimiglia a Sanremo, la più lunga è stata la Palermo-Ustica, di 67 km, l’ultima, come detto, quella del 9 ottobre da Duino a Trieste.

Salvatore, intervistato prima della partenza, ci ha dichiarato: ”Realizzare il sogno di liberare dalla prigionia delle disabilità è qualcosa d’imponente che non ha prezzo. L’obiettivo è spostare l’attenzione su 5 milioni di persone cui si aggiungono tutte le loro famiglie: sono bloccate dalla mancata applicazione di leggi che esistono. A queste persone è preclusa la partecipazione alla vita attiva del paese”.

Nel suo blog al termine del suo straordinario Giro d’Italia a nuoto, Cimmino ha scritto:

 “Ciascuno di noi può coltivare il proprio giardino interiore seminando amore, gratitudine, generosità, coraggio, perseveranza, fede e speranza. Sono del parere che ogni obiettivo nasca sempre da una grande forza di volontà e determinazione e si realizzi grazie alla perseveranza.La forza di volontà è la nostra forza interiore che ci consente di superare i nostri limiti, di prolungare i nostri sforzi, di vincere la paura, di non farci demoralizzare dai silenzi e dalle critiche, dagli imprevisti, dalle difficoltà, di assumere decisioni e intraprendere azioni, anche faticose, volte al raggiungimento del nostro obiettivo.E’ proprio la forza di volontà che implica motivazione, determinazione e perseveranza a consentirci gli obiettivi che ci prefiggiamo, che ci fa combattere l’ignavia e il rinvio di decisioni a data incerta e che trasforma le cattive abitudini in abitudini salutari.

La forza di volontà deve essere la nostra alleata ma purtroppo non si riesce sempre a disporre di questo importante tesoro che spesso bisogna allenare per poter mantenere le nostre promesse, sforzandosi di fare cose che normalmente non siamo abituati a fare, stabilendo le priorità e impegnandoci a portarle a compimento qualunque cosa accada.

La forza di volontà è come un muscolo, va allenata ed esercitata: le difficoltà, come le barriere, sono una costante nella vita, devono essere affrontate e sconfitte e non devono scoraggiarci e impedirci di realizzare il nostro sogno di libertà.”

 

*Salvatore Cimmino è nato a Torre Annunziata, nel 1964. Vive e lavora a Roma presso la Selex ES, una società del Gruppo Finmeccanica. A soli 15 anni Salvatore fu colpito da un terribile osteosarcoma, per salvarsi la vita è costretto all’amputazione della gamba a metà del femore.All’età di 41 anni, dopo innumerevoli problemi fisiologici, sotto consiglio medico Salvatore comincia a nuotare, non era mai stato in acqua prima di allora!Dopo otto mesi, il 15 luglio del 2006 compie la sua prima traversata senza l’ausilio di protesi performanti, Capri/Sorrento di 22 km. Subito dopo inizia il suo “sciopero nuotando” per attirare attenzione sui problemi del mondo della disabilità.

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ARIGATO  TOKYO     di Maurizio Monego

Cosa ci hanno lasciato le Olimpiadi di Tokyo. Al di là del medagliere, dei record, delle statistiche e delle enfasi mediatiche, quali fotografie rimangono impresse e quali pensieri ci lasciano?

Della singolarità dei Giochi giapponesi si sono lette pagine e pagine di giornali, servizi televisivi e un profluvio di post sui social, per dare conto delle proteste per dissuadere dal celebrarli o – per lo più - per caricarli di valori da affermare.

Sul piano economico sono stati un “bagno di sangue”. I ventotto miliardi di costi che il popolo giapponese si è accollato ne sono il più eclatante risultato. Aver voluto, in ogni caso, realizzare l’evento, con le limitazioni imposte dal periodo pandemico, fuori da ogni logica di mercato se si pensa ai mancati ritorni in termini turistici, di vendita di biglietti e merchandising e alla perdita di introiti da sponsorizzazioni, ha risposto a esigenze e motivazioni fra loro contrastanti. È giusto giudicare solo sul piano della convenienza economico-finanziaria? E a quali riflessioni porterà per il futuro dei Giochi Olimpici, che solo fra sei mesi vedranno l’edizione invernale di Pechino?

I Giochi della Speranza

I Giochi di Tokyo 2020, la cui prima atipicità è di essersi svolti un anno di ritardo, sono stati definiti da Thomas Bach i “Giochi della Speranza”. Speranza di uscire finalmente da una crisi sanitaria mondiale, di riconquistare una “normalità” di rapporti e di libertà che il virus ancora ci nega – e non sappiamo per quanto ancora -; speranza per creare solidarietà tra i popoli, che la presenza dei 205 Comitati Olimpici ha invocato; speranza che l’universalità dello sport spinga all’affermazione dei diritti, al superamento di ingiustizie e all’accettazione delle diversità. La globalizzazione dello sport e della vita è oggi più evidente. Il Presidente Malagò ha sottolineato come nella rappresentativa italiana ai Giochi fossero presenti atleti nati in tutti e cinque i continenti, mostrando un’Italia “multi etnica e super integrata”. Se la politica insiste nel non voler prendere atto di questa realtà, lo ius soli nello sport è più avanti e reclama lo snellimento dell'iter burocratico per la piena integrazione, facendo uscire tanti cittadini e potenziali atleti dal“girone dantesco”in cui oggi devono destreggiarsi. Le esternazioni di atleti sulle proprie scelte di vita di coppia, come quelle del tuffatore Tom Daley, della nostra arciera Lucilla Boari e di suo padre, hanno rivendicato il diritto della persona e il rispetto che ogni scelta in questo campo merita.

Tokyo 2020 ha salvato l’Olimpismo

Non è eccessiva questa affermazione che lo stesso Malagò ha fatto. L’Olimpiade è il periodo durante il quale la migliore gioventù del mondo si impegna, soffre, lotta per uno stesso obiettivo. I Giochi Olimpici sono il sogno di ogni atleta e quel sogno, per realizzarsi, richiede sacrificio, disciplina, temperanza, determinazione, lavoro costante dell’atleta e dell’equipe che lo segue, ricerca, perseveranza. Tutti valori che l’Olimpismo propone e che il Panathlon promuove, formativi della persona e fonte di comprensione e collaborazione fra i popoli. È per questo che questi Giochi si dovevano fare. Le dichiarazioni degli atleti, le immagini che tante gare ci hanno trasmesso, le emozioni che ci hanno fatto vivere, le tante storie che stanno dietro a prestazioni da medaglia e a semplici partecipazioni, fanno bene all’anima – anche degli spettatori – e rendono il senso vero dello sport.

Un’informazione educativa

Mai come in questa occasione la RAI ha saputo fornire, oltre ad una completa informazione sulla complessa articolazione delle discipline in campo, una trasmissione capace di trattare valori e non solo la cronaca. Lo ha fatto con “Il Circolo degli Anelli”, condotto da Alessandra De Stefano. Sono emersi i contenuti dell’Olimpismo presentati con leggerezza, a cominciare dal ruolo delle famiglie dei medagliati, coinvolgendo personalità competenti come Jury Chechi, Sara Simeoni, Domenico Fioravanti e gli altri ospiti che si sono succeduti al tavolo o in collegamento. Hanno commentato eventi e situazioni, prestandosi con simpatia al gioco delle provocazioni della conduttrice e degli autori, facendo comprendere al pubblico – che li ha premiati con ascolti record – che lo sport, da quello olimpico a quello di base, sono divertimento, impegno, gioia della fatica e che dietro ci sono spesso educatori come Lucio Zurlo il maestro di boxe di Irma Testa, cresciuta tra le strade di Torre Annunziata e prima donna a conquistare una medaglia nella Boxe. Il docufilm Butterfly di cui è protagonista racconta di cosa lo sport possa rappresentare in realtà problematiche come certe periferie e della fondamentale importanza di maestri di vita, prima che di sport, come Zurlo.

Se ci fosse bisogno di far comprendere l’importanza dello sport e della sua massima espressione rappresentata dai Giochi Olimpici, basterebbe citare la notizia delle “Olimpiadi delle Tende”, che, si sono svolte a Idlib, in un campo profughi siriano su iniziativa di un volontario di una ong umanitaria siriana,Ibrahim Sarmini. Centoventi ragazzi sono confluiti da 12 diversi campi profughi – che ospitano quasi tre milioni di persone, due terzi delle quali sfollate da altre parti della Siria –e hanno gareggiato, ognuno con i propri colori, chi lanciando un giavellotto, chi saltando ostacoli o cimentandosi in una improvvisata ginnastica, in incontri di arti marziali, pallavolo, badminton, calcio, nella corsa semplice o con i cavalli (di legno, appesi sul petto) per vincere l’oro, l’argento o il bronzo.

La bellezza dello sport

La bellezza dello sport l’abbiamo vista nei gesti atletici delle diverse discipline, nelle lacrime di commozione sul podio, nelle feste che a Casa Italia gli atleti e i tecnici improvvisavano per i loro campioni, l’abbiamo sentita nelle nostre personali reazioni emotive. Le immagini della gara dei 100 m piani e della staffetta 4x100 resteranno scolpite nella memoria di ogni italiano/a, così come l’esultanza irrefrenabile di Gimbo Tamberi e l’abbraccio straordinario sulla pista con il nuovo eroe Marcel Jacobs appena tagliato il traguardo.

Non è mancato l’accenno all’estetica dello sport e dei suoi interpreti. Il miglior esempio lo ha dato Roberto Bolle. Il suo corpo scolpito nell’assiduo allenamento e i valori che lo hanno sorretto sono stati argomento assolutamente esemplare. La sfida lanciata dal danzatore a Chechi di una spaccata in piedi ha mostrato il ginnasta in perfetta forma nel reggere il confronto. L’euforia per i risultati straordinari dei nostri atleti ha fatto crescere l’ottimismo, la voglia di ripartenza e di consolidare i successi  a vantaggio dello sport di base e scolastico.

A sottolineare come l’Olimpiade di Tokyo sia da considerare “della rinascita”, Alessandra De Stefano ha invitato Eike Schmidt, Direttore della Galleria degli Uffizi, che ha illustrato come l’arte scultorea rinascimentale abbia rivalutato il corpo e come anche nell’opera pittorica del “Tondo Doni” di Michelangelo, ad esempio, la Sacra Famiglia abbia sullo sfondo figure di atleti nudi, preludio delle raffigurazioni possenti della Sistina, che ben si conciliano oggi con lo sport.

Viva l’Olimpiade, dunque e a Tokyo dobbiamo un grande GRAZIE.

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